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Comune di Montelanico

Storia (conoscere le origini)

 Il nome

 Stando all’etimologia del nome, si hanno due interpretazioni che spiegano i motivi dell’odierna denominazione di questo Comune fra i Lepini: l’una ha carattere mitico e leggendario, l’altra viceversa si fonda su argomentazioni di natura storica.

Secondo la prima, si narra che un pastore, dopo aver tosato il suo gregge, riuscì ad accumulare tanta lana da farne addirittura un monte: « monte di lana »; di qui la derivazione di Montelanico. Lasciando al regno della fantasia l’iperbolica raffigurazione e richiamandoci invece alla seconda versione che, sebbene accolta con qualche riserva, presenta tuttavia una certa attendibilità, è opinione di qualche storico che Montelanico abbia preso il nome dall’illustre famiglia romana dei «Metelli» i quali possedevano da queste parti un loro latifondo denominato appunto «fundus metellanicus» o «metellanicensis». Con ogni probabilità questa proprietà terriera doveva comprendere la vasta pianura di Montelongo, ad ovest di Villamagna, l’antica dimora di Pompeo Magno, con incluso il primo tratto della vallata dei Lepini. Questa supposizione potrebbe essere avvalorata sia dall’esistenza della vicina Via Latina, unica strada per l’accesso al fondo, sia dalla presenza di numerosi resti di costruzioni del periodo repubblicano-imperiale, sia dai rinvenimento nella zona, di mosaici, anfore, tratti di «opus spicatum» e di «opus reticolatum».

Uno dei maggiori sostenitori di questa tesi, il Nibby, asserisce in alcune sue opere che «i fondi terrieri conservarono nei secoli successivi il nome degli antichi proprietari, che ricordavano spesso quelli illustri della antica Roma». Nulla quindi di improbabile che il primo feudatario, nell’epoca buia degli anni del primo Medio Evo, nell’erigere tra questi monti la sua dimora, abbia voluto ricordarla con il nome degli antichi possessori del fondo da «Metellanicus» o «Methellanicus» così come è indicato in documenti antichi, è facile pervenire al nome che nei vari secoli si è trasformato in quello attuale di Montelanico.

Origini e storia

Le prime notizie sul Castello di Montelanico, che sembra sia sorto verso l’anno 1000, si ricavano da una bolla di Anastasio IV dell’anno 1154, con la quale il Pontefice assegnava ai Canonici Regolari della Basilica Lateranense alcuni castelli e tra questi anche quello di Montelanico, comprese le sue appartenenze: «et castrum Metellanici cum omnibus pertinentiis suis». In un’altra bolla di Lucio III del 1182, il Castello di Montelanico figura riconfermato tra le proprietà della giurisdizione vescovile di Segni, unitamente alle chiese di S. Angelo e S. Pietro. Sebbene non si conosca il nome del primo feudatario, sappiamo tuttavia che nel 1189 il Castello era stato trasmesso ai Conti di Ceccano. Il Conte Giovanni, personaggio molto ragguardevole di questa famiglia, con il suo testamento redatto nell’anno 1124, lasciava poi Montelanico in eredità ai suoi discendenti ma, successivamente, vi entrarono come condomini anche i Signori del vicino Castello di Collemezzo, distrutto dai Coresi nel 1372, e il feudatario Adinolfo di Mattia di Anagni.

Quest’ultimo esponente della feudalità, si impossessò arbitrariamente di Frosinone; ragione per la quale il Papa Martino IV nel 1284 ordinò al comandante delle truppe della Santa Romana Chiesa, Giovanni da Epa, di riprendere Frosinone con le armi e di mettere a sacco Montelanico. Questa rappresaglia si effettuò compiutamente ma, essendo stati violati i diritti che sullo stesso Castello erano esercitati dagli altri condomini, i Signori di Collemezzo e gli eredi dei Conti di Ceccano, questi furono ovviamente spinti a schierarsi decisamente contro la Chiesa e contro Bonifacio VIII quando, nel 1299 e nel 1303, questo grande e fiero Pontefice li privò « ex abrupto » di tutti i loro possedimenti.

Questi fatti spiegano l’atteggiamento del ghibellino Guido di Collemezzo e la sua attiva partecipazione, con una parte degli abitanti di Montelanico, all’affronto subìto dal Papa in Anagni il 7 settembre 1303 e che Dante ricorda con i famosi versi:

« Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto »

Purtroppo, la reazione dei Gaetani, alla cui famiglia apparteneva Bonifacio VIII, nato ad Anagni, non si fece attendere molto. Nella notte del gennaio del 1313, un gruppo di armigeri anagnini, capeggiati da Nicola di Mattia e dal figlio Giovanni, assalirono «more predonio» Montelanico, compiendo feroci ed efferati delitti. Vennero trucidati vecchi, donne e bambini e chi non potette trovare scampo nella fuga subì le sevizie e le torture più atroci nelle prigioni degli assalitori. Il Presutti, tramandandoci questo terrificante episodio, aggiunge che molte altre cose innominabili furono compiute in quella notte di tregenda: «Multaque etiam varia illicita et enormia perpetrantur».

Pressoché vana risultò in un primo tempo la vibrata ed energica protesta dei feudatario di Collemezzo indirizzata al Rettore di Campania Bertrando di Castro; tuttavia, quest’ultimo dapprima multò i colpevoli di 10.000 marche d’argento ed infine, dopo ulteriori pressioni, ne decretò l’esilio. Nel 1384 Montelanico passò per intero a Margherita di Ceccano, vedova di Vico e sposa, in seconde nozze, di Carlo de Cabanis senonché, nel 1395, il Papa Bonifacio IX confiscò il Castello all’erede di Margherita Raimondello, perché questi aveva dato la propria adesione all’antipapa Clemente VII.

Dopo alterne vicende, nel 1428 Montelanico fu infeudato da Martino V a Ildebrandino dei Conti di Segni, i cui discendenti, del ramo di Alto Conti, ereditarono con il Paese anche i Castelli limitrofi di Collemezzo, Pruni e Montelongo.

La storia di questo tormentato periodo vede ancora Montelanico vittima di saccheggi e distruzioni: prima, da parte delle truppe di Carlo VIII che nelle loro scorrerie italiane misero a ferro e fuoco il paese nel 1494, poi, dagli armati di ambo le parti durante la guerra tra Paolo IV Carafa e Filippo II di Spagna. Ancora nell’agosto del 1557, mentre la vicina Segni veniva attaccata dalle artiglierie di Marcantonio Colonna, Luogotenente generale del Duca d’Alba, nuovamente «Montelanico e Gavignano ardevano come torce al vento».

Cessate le lotte intestine fra i dispotici feudatari che tanti lutti e rovine avevano lasciato in Italia ed anche in queste contrade del Lazio, gli attriti tra la nobiltà feudale per i diritti di successione, causarono ulteriori sacrifici alle popolazioni locali per l’intricata rete delle vaste parentele aspiranti al possesso dei diversi territori.

Nella seconda metà del secolo XVI il Castello di Montelanico, che per un notevole periodo di tempo, si può dire, seguì la stessa sorte degli altri tre Castelli dì Collemezzo, Pruni e Montelongo, pure distrutti passò in proprietà del Duca Federico Conti, del ramo di Alto.

La figura di questo feudatario si inquadra perfettamente nella tragicità dell’epoca e suscita un senso di pietà misto ad orrore: tradito dalla consorte, il Duca Federico Conti la uccise a pugnalate, unitamente all’amante di essa, il Capitano Giovanbattista Contugi e ad alcune guardie e domestici che il Duca ritenne rei confessi di complicità con il tradimento perpetratogli dalla propria moglie.

Questo delitto d’onore di altri tempi, riesumato dagli atti dei processo celebrato nel Palazzo Ducale di Montelanico, ha offerto il materiale per una storia romanzata provvista di tutti i requisiti dì un « thrilling » moderno ed attuale. Erede universale del Duca Federico fu il figlio Carlo Conti il quale assillato dai creditori e non potendo far fronte al pagamento dei suoi numerosi debiti, nel 1640 fu costretto a vendere Montelanico ai Barberini, con gli annessi Castelli diruti di Collemezzo, Pruni e Montelongo. Gli stessi possedimenti, con l’aggiunta di quelli di Valmontone e Lugnano (Labico) furono poi venduti nel 1651 a Don Camillo Pamphily Aldobrandini per 687.297 scudi. E’ di particolare rilievo notare che durante il possesso di questa famiglia romana, e precisamente nel 1722, Montelanico ebbe il suo primo statuto nel quale erano indicate le principali norme civiche che regolavano la vita della cittadinanza ed i suoi rapporti con il Principe. Nel 1760 la discendenza dei Pamphily si estinse per mancanza di eredi e tutto il patrimonio della famiglia passò per diritto di successione, a Giovanni Andrea III Doria, che aveva sposato Anna Pamphily, terzogenita di Camillo Pamphily senior.

Gli ultimi proprietari dì Montelanico di Collemezzo e Montelongo furono infatti i Doria Pamphily, mentre il territorio che era annesso al distrutto Castello di Pruni era da tempo passato al Principe Aldobrandini-Farchinetti, Signore di Carpineto.

Nei primo ventennio del secolo, dopo che, con l’ordinamento amministrativo dello Stato italiano, Montelanico era stato eretto in Comune autonomo, molte e lunghe vertenze caratterizzarono la lotta per il riconoscimento dei diritti civili e per la determinazione delle proprietà comunali. Soltanto nel 1921, per effetto di un’azione Intelligente ed efficace dell’Università Agraria di Montelanico, il Comune ottenne dal Principe Doria la proprietà del vastissimo feudo per la somma dì L. 550.000. Fino al 1920 oltre alle vestigia dei ruderi dei tre Castelli, un maestoso palazzo principesco dalle classiche linee architettoniche che i Pamphily avevano edificato in Montelanico sopra le strutture dell’antico Castello baronale dei Conti, restò a testimoniare lo splendore, o meglio i fasti ed i nefasti dell’antica feudalità; in quell’anno però fu demolito e sopra la sua area sorge oggi la casa parrocchiale e qualche abitazione privata. Proprio nell’anno in cui si celebra il Centenario dell’Unità d’Italia è d’obbligo chiudere questa sintesi storica, redatta a grandi linee, con la rievocazione di una complessa, discussa e comunque fascinosa figura di un prete montelanichese, don Francesco Raimondi, che fu, nel 1871 il primo Sindaco del neo Comune. Questo Sacerdote, dalle idee politiche anticonformiste, espresse pubblicamente anche nel periodo in cui Montelanico apparteneva allo Stato Pontificio, fu imprigionato e sospeso «a divinis» per aver apertamente professato le sue tendenze verso l’unità nazionale; la sua elezione a primo Sindaco di Montelanico premiò la sua coerente azione politica, prima manifestatasi anche attraverso iniziative veramente originali ed estrose.

LO STEMMA DEL COMUNE DI MONTELANICO
(precedenti storici e sua documentazione)

Probabilmente, alla seconda metà del sec. XVII, in concomitanza quindi alla nuova denominazione dell’antico tempio, dobbiamo far risalire anche il primo stemma del Comune di Montelanico, sebbene i documenti a nostra disposizione ce ne mostrino l’impiego in un periodo successivo. In un carteggio dell’Archivio di Stato di Roma (Camerale III, Busta 1401 e Arch. Buon Governo, Busta 2592-93), sono stati riscontrati dal sottoscritto alcuni documenti che recano impresso a inchiostro nero di china due specie di timbri con l’effige di San Michele Arcangelo nel gesto di colpire con la lancia nella destra il drago infernale, mentre sulla sinistra reca una bilancia. Sebbene identici nella iconografia, i due timbri variano però per il formato e per la leggenda Quello più piccolo e tondo porta la scritta latina «PROTEGE NOS» (Proteggi noi); mentre l’altro più grandino e leggermente ovale, reca la scritta: «S. MICH. ARCH. TERRAE METELLANICI. PROT.» (San Michele Arcangelo Protettore della Terra di Montelanico). Quantunque il secondo completi il primo nella dicitura, tutti e due debbono ritenersi uguali e ciò dimostra che i «Reggitori» della cosa pubblica di quel tempo, interpretando l’unanime aspirazione dei concittadini, abbiano voluto scegliere come stemma del Comune lo stesso Arcangelo Protettore e Patrono del paese.

Cronologicamente appare per primo il timbro più piccolo in un documento dell’anno 1707, ma non è questa la data da prendersi come punto di partenza, in quanto non possediamo i documenti degli anni precedenti; quelli più grandino, compare invece per l’ultima volta nel 1805. Durante il periodo napoleonico, lo stemma o bollo comunale era rappresentato da un’aquila sormontata da corona imperiale con la scritta marginale: «MAIRE DE MONTELANICO» (il Sindaco di Montelanico) Arch. di Stato: Camerale III, Comuni, Busta 1401, documenti dell’11-12-1810; e del 5-3-1811. Con la restaurazione dello Stato della Chiesa fino al 1870, lo stemma comunale era raffigurato da due chiavi decussate, sovrastate dalla tiara pontificia con la leggenda: «IL PRIORE DI MONTELANICO». Dopo il 1870 si adottò lo stemma con lo scudo crociato sabaudo, sostituito nel 1946 con quello della Repubblica Italiana.

Che i timbri con l’immagine di S. Michele Arcangelo abbiano rappresentato nei secoli scorsi il vero stemma del Comune di Montelanico lo prova il fatto che essi compaiono sempre come convalida di atti pubblici della Amministrazione locale, atti che recano sempre la firma (nome e cognome) dei «reggitori » in carica, preceduta quasi sempre dalla premessa: «Gli Officiali, o I Priori, oppure I Pubblici rappresentanti della Comunità di Montelanico». Al contrario, negli atti privati, non esclusi quelli notarili, non appare mai il timbro con l’Arcangelo S. Michele, bensì quello proprio di famiglia, alle volte tracciato a penna e raffigurante emblemi diversi. Né si può supporre che anteriormente alla seconda metà del sec. XVII il Comune di Montelanico abbia adottato un altro stemma, anche se già risultava una certa autonomia amministrativa della «Terra». Bisogna tener presente che prima della seconda meta del sec. XVII, l’Amministrazione del paese, pur non essendosi ancora completamente svincolata dalla autorità personificata dal signore feudatario che era governatore e giudice della «Terra», non poteva possedere un proprio stemma. Si era ancora al tempo in cui sopra la porta d’ingresso delle mura castellane o, in epoca ancora più remota, sopra il pennone della torre più alta del maniero, figurava l’arma gentilizia dei vari padroni succedutesi lungo i secoli nei feudo di Montelanico: da; Conti di Ceccano, ai Conti dì Segni; dai Barberini ai Pamphily.

Molto significativa è invece la raffigurazione dell’Arcangelo S. Michele nei due medaglioni in bronzo, situati lateralmente alla base della bella fontana che il Biondi volle donare, nel 1891, alla popolazione di Montelanico. Il grande artista, riaffermando la continuità d’una tradizione, sorta da un particolare avvenimento storico, sembra che abbia voluto esprimere in essi l’esigenza spirituale della popolazione e che, nello stesso tempo, rappresenta la forma esterna d’un diritto per coloro che debbono assolvere un mandato nell’interesse collettivo dei cittadini, In conclusione, nella raffigurazione dei medaglioni del Biondi, permane valida la stessa interpretazione che ne fu data dalle generazioni passate: San Michele Arcangelo, Patrono e Protettore dei Montelanichési, ritorna ad essere simbolo della Autorità Comunale e, nello stesso tempo, stemma del Gonfalone di Montelanico.

dal libro “Montelanico” 1970

Prof. Giovanni Ronzoni